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Lo stagno delle ninfee

Grembo fiorito di pallide ninfee,

lo stagno silenzioso rivela il suo tesoro

Aliti soavi cullano corolle delicate,

diafana madreperla,

pupille al sol sgranate

Arbusti adolescenti,

occhi di verde foglia,

protendono amorosi,

abbracci alla sua soglia.

Vesti d’arcobaleno,

libellule danzanti

intessano sull’acqua

scie d’astri vaganti.

Trafigge il sole,

nubi rosate come spose,

da fresche ombre un cuculo

ha note sonnacchiose.

 

Claude_Monet-Waterlilies

Luna dimentica

Luna dimentica di angoli di case

ove s’annida l’ombra timorosa,

finestre cupe, ove si riposa,

o si veglia nell’incerto del domani.

Odo il piede strascicato,

stanco scender la calata buia

verso il mare,

ove sovente andavo a meditare

sulla sorte i velieri solitari.

Forse è leggenda o avide sirene

catturano con malia il pescatore,

e gusci vuoti vedo galleggiare,

persone a cui l’anima è strappata.

Più non si riesce a viver la giornata,

essere soli con le nostre pene

nell’attesa di inutile raccolto,

spiga svuotata da dorati chicchi.

L’onda si alza e rumoreggia il mare,

finestra illuminata resti sola a vegliare.

Antonietta Germana Boero

 

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Flauto di canna

“Possa io fare della mia vita qualcosa di semplice e diritto,
come un flauto di canna che il Signore riempie di musica.”

Rabindranath Tagore

 

20070128-Il Flauto di Canna-foto

Illustrazione di:Simona Cillario
Fonte:http://www.stpauls.it/gbaby

C’era una volta un uomo che si chiamava Sciams. Aveva lasciato la città natale, Tabriz, e tutto solo andava mendicando di paese in paese. Camminando lungo un fiume, vide un campo di canne che ondeggiavano al vento, e ne tagliò una. Si sentì subito meno solo: giocava con essa, la usava come bastone, la gettava in aria e la prendeva al volo. Poi si fermò all’ombra di un grosso albero, e con abili tagli ricavò da quella canna un lungo flauto, che da quel momento fu il suo migliore amico e il suo portafortuna. Camminavano insieme, e ogni tanto lui suonava. La gente era contenta di sentire la musica vellutata del flauto: lo accoglieva bene e gli dava da mangiare. Arrivato alla città di Konya, sentì una musica venire da una scuola. Sciams stette prima ad ascoltare, poi bussò alla porta della scuola. Il maestro uscì accompagnato dagli allievi e guardò incuriosito quel mendicante che aveva bussato.

Poiché la generosità si addice a un maestro, lo invitò a mangiare qualcosa e poi disse: «Perché hai disturbato la mia lezione?».

Allora Sciams allungò il suo flauto al maestro dicendo: «Prova a suonare questo». Il maestro, che si chiamava Rumi, rimase perplesso, e un po’ infastidito rispose: «O sconosciuto, che cosa ti fa pensare che un maestro di musica non sappia suonare un flauto?». Sciams disse di nuovo: «Suona, dunque; tu sei un maestro!». Rumi prese il flauto e provò e riprovò, ma senza successo. Soffiava e soffiava senza produrre note musicali. Umilmente lo ridiede a Sciams, e riconobbe che era un grande saggio quel mendicante.

Decise allora di lasciare la scuola e di seguirlo per imparare a suonare un flauto che lui maestro non aveva saputo suonare. Così la sua vita cambiò. E la gente vide andare mendicando di paese in paese due grandi saggi e due flauti…

Da un’antica leggenda turco-persiana
Pirooz

Mare

Mare che sai celare
segreti nell’ora del tramonto
sonnacchioso,la tua luce
riaccende desideri, pure se il cuore
anela al suo riposo.
E ti scorgo col mare alle tue spalle
che risplende di pagliuzze d’oro,
perché ha indossato l’abito da sera,
e l’onda parla con voce di preghiera.
Resto rapita dall’ora e dai colori,
pescatrice di rime variegate,
forse serbando nel cuore un sentimento,
che non verrà rapito mai dal vento.
Ed io che vivo con l’anima sospesa
or più non temo l’ombra della sera.

Antonietta Germana Boero

nel-mare-azzurro

Era de maggio

Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.
Era de maggio; io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávemo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.

E diceva: “Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll’ore…
chisà quanno turnarraje?”
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.”

E so’ turnato e mo, comm’a ‘na vota,
cantammo ‘nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ‘ammore vero no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje,
si t’allicuorde, ‘nnanze a la funtana:
Ll’acqua llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d’ammore nun se sana.

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioia mia,
‘mmiez’a st’aria ‘mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: “Core, core!
core mio, turnato io so’.
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuo’!
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuo’.

Era di maggio e ti cadevano in grembo
a ciocche a ciocche le ciliege rosse
fresca era l’aria e tutto il giardino
profumava di rose a cento passi.
Era di maggio, e io no, non me ne scordo
cantavamo una canzone a due voci
più tempo passa e più me ne ricordo,
fresca era l’aria e la canzone dolce.

E diceva, “Cuore, cuore!
cuore mio lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore.
chi sa quando tornerai?”
Rispondevo io “Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui”

E son tornato, ed ora, come una volta,
cantiamo insieme il motivo antico;
passa il tempo e il mondo si volge
ma l’amore vero, no, non volta strada.
Di te, bellezza mia, m’innamorai
se ti ricordi, dinanzi alla fontana:
l’acqua, là dentro, non si secca mai,
e ferita d’amore non si sana

Non si sana: perché se sanata
si fosse, o gioia mia
in mezzo a quest’aria profumata
a guardarti non starei!
E ti dico: “Cuore, cuore,
cuore mio tornato sono…
torna maggio e torna l’amore:
fa’ di me quello che vuoi!
torna maggio e torna l’amore:
fa’ di me quello che vuoi”

“Era de maggio” è una canzone in lingua napoletana, basata sui versi di una poesia del 1885 di Salvatore Di Giacomo e messa in musica da Mario Pasquale Costa. Da allora l’hanno cantata tutti i più grandi interpreti.

 

Tramonta il sole in un abbaglio rosso
ed il mare par tremare con le onde
ma compone l’eterna sinfonia,
quando la luna nel tramontar confonde.
E dilatano cerchi sovra l’acqua,
spezzando di stelle le scintille,
sfiorando i segreti di sibille,
nascosti tra gli anfratti di falesie.
A volte nel mio cuore nasce una pena
per non capire ciò che il mondo cela
racchiudendo così il mistero di vivere il dolore.
Ma nel mistero forse sboccerà novello sole.

Antonietta Germana Boero

 

tramonto

Itaca

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

‘Itaca’ del poeta greco Konstantinos Kavafis che nacque oggi nel 1863

 

itaca

Armonia

bartiromomarco

La musica

è l’armonia dei sensi

che estende l’anima.

Come l’alba,

che violentando il giorno

partorisce l’eterno.

Marco Bartiromo

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Appesi ai filari delle stanze i colori della tua vita, la sera prima dell’alba decidi il colore del giorno Ti vesti d’ambra e d’avorio di bacche e mirtilli e, dei boschi, indossi ogni sfumatura Ed è soltanto tua quest’arte, tessere armonie fra mille colori e se pizzo, seta o organza, e di di collane, orecchini e fermagli, se di perle di luna o di mare. E sulla soglia dei giorni lì dove degli altri l’incanto ti attende, appari in un incedere fiero e sicuro e l’ornamento tuo reale: un cappello ogni giorno d’un sempre nuovo colore; così bene, così bene t’adorna le guance vellutate di cipria d’ardesia, i tuoi occhi di stelle, i capelli di grano lucente intarsiati di sole.

Iris Battistini

 

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Utopia dei sensi

Grandi onde
cancellano un volto,
ed un immenso cielo
bacia due cuori.
Un respiro si perde nel vento
e trasportato da correnti incrociate
segue il suo sogno.

Federica Colarossi

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